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Intercultura e dintorni: per continuare a pensare

fiore nello spaziodi Isabella Pescarmona (Febbraio 2016)

Gli ultimi fatti di cronaca portano sulla scena con intensità vertiginosa barconi che attraversano il Mediterraneo, immagini di attentati terroristici,confronti e scontri sulla chiusura delle frontiere in Europa, obbligandoci a porci costantemente in relazione all'Altro, al "barbaro", al diverso, a ciò che viene da lontano. Presi in questa spirale continua è come se fossimo chiamati a dare delle risposte immediate - reazioni emotive per lo più – e ad assumere verso questi eventi una posizione per lo più sommaria. Difficilmente si ha la sensazione di essere presi in uno spazio di discussione dove riflettere, o anche solo dove porre domande.


Sebbene la nostra esigenza di ordine mentale ci spinge a dare un'interpretazione repentina alla questione della relazione con l'Alterità, ci rendiamo presto conto che non è possibile dare una risposta semplice a problemi così complessi. Anche quando ci informiamo e seguiamo le diverse posizioni espresse nel dibattito mediatico, e magari facciamo nostra una visione già esplicitata e codificata (che può andare dall'assimilazione dell'Altro alla missione salvifica dell'Occidente), queste finiscono per non apparirci sufficienti per affrontare la situazione. Il fatto è che non esistono strumenti "pronti per l'uso" che siano in grado di risolvere le cose una volta per tutte. E questo ci può far sentire disarmati di fronte agli eventi in corso.
Come affrontare, dunque, l'Altro? L'Altro è una minaccia? Una possibilità? Qualcosa da salvare? Da imitare o da modificare? Oppure da eliminare?
Quando riusciamo a sottrarci dalla spirale mediatica e prendiamo la giusta distanza per pensare, ci rendiamo conto che queste domande non sono nuove.
Fino a poco tempo fa erano oggetto del dibattito sull'intercultura e sull'educazione interculturale. Sono questioni su cui pedagogisti, insegnanti ed educatori hanno già a lungo lavorato. Non sarebbe strano,infatti,sentirsi dire "Abbiamo già detto molto" da alcuni o "è già parte della mia didattica" da altri. Ma che cosa è effettivamente rimasto? Al di là delle affermazioni di principio, che cosa è maturato nella visione nostra e collettiva dell'Altro?
Sicuramente una serie di principi e contenuti sono passati, e hanno dato i loro risultati positivi in termini d'integrazione e abbattimento di alcune barriere linguistiche e stereotipi. Non solo a scuola, ma anche nell'opinione pubblica più in generale. Oggi però di fronte ai recenti fatti di cronaca il dibattito pubblico sembra ignorare parte del lavoro svolto e serpeggia una visione neocolonialista di ritorno che possiamo riconoscere sia nelle reazioni sociali sia nelle scelte politiche dei paesi europei.
A ogni notizia, a ogni nuovo allarme, alcuni muri vengono rialzati (ora anche fisicamente!), i nostri giudizi si fanno più duri e certi fatti del nostro passato (anche piuttosto recente) sembrano passare nell'oblio. Così facendo, difficilmente si crea quello spazio e quelle condizioni necessarie per instaurare un dialogo e maturare un atteggiamento di apertura indispensabili per costruire percorsi e soluzioni comuni.
Lungi da quest'articolo ritenere che l'educazione interculturale possa risolvere di per sé problemi e questioni geopolitiche e sociali così complesse e composite, tuttavia c'è da chiedersi quale contributo possa offrire. Non mi riferisco qui a una semplice adesione di principio o un revival di alcune pratiche e consigli che hanno fatto la "moda pedagogica" nel decennio passato. Ciò che mi pare fondamentale tener viva è quell'attitudine all'indagine e all'andare oltre a ciò che-viene-dato-per-scontato che l'approccio interculturale promuove. Intercultura intesa come spazio fra noi e l'altro, uno spazio di confronto e di conoscenza dell'Altro, ma anche (e soprattutto, direi io) di presa di consapevolezza di come la nostra identità sia intrinsecamente e storicamente multiculturale. L'intercultura può sostenere il superamento di una visione binaria che vede perennemente contrapposti noi e gli altri su confini (presunti) definiti e stabili, e mettere in luce, invece, che la storia collettiva così come la nostra storia personale è il risultato d'incontri, scambi e prestiti da parte di altre persone e culture. La storia fin dall'antichità è una storia di sovrapposizioni, dove non esiste un passato originario, se non inventato (Cfr. Kilani, 1994; Anderson, 1996).
Tuttavia, è facile cadere nella trappola di tale dicotomia che stigmatizza noi e gli altri in caratteristiche, scelte e convinzioni percepite come fisse e immutabili, magari finendo per alludere alla superiorità di alcuni tratti rispetto ad altri. La storia – purtroppo – ci offre molti esempi di ciò. Proprio i giorni scorsi abbiamo commemorato la Giornata della Memoria ricordando la violenza che può nascere da una visione dell'identità percepita come monodimensionale e con caratteristiche ben definite. Ma se a questo giorno non viene associata una riflessione interculturale, esso finisce per rimanere una ricorrenza formale, incapace di alimentare la discussione sulla relazione fra noi e gli altri. Perderebbe così anche la possibilità di estendersi agli eventi attuali e metterli in prospettiva.
Così, le vicende degli altri ci vengono spesso proposte come una fotografia statica, che descrive il presente quasi come una sventura inaspettata, e non come il frutto di un passato in cui anche noi (e l'Europa) è stata coinvolta - basti anche solo pensare al nostro passato coloniale e alle politiche imperialiste.
In questi termini allora, l'educazione interculturale non ha perso la sua funzione di sostenere quel processo di decentramento del nostro punto di vista e di maturazione di uno sguardo plurale, che è parte delle indicazioni del curricolo scolastico e delle competenze chiave di cittadinanza. Se approcciata nel modo corretto, essa non si limita a enunciare principi teorici o a tradursi in corsi sulle usanze marocchine o sulla lingua cinese, ma diventa uno strumento oggi essenziale per leggere il nostro passato e presente e per porci in relazione all'altro in modo equo e costruttivo.
Anche perché, in fondo, se non riusciamo a metterci in relazione con l'altro, con chi facciamo la pace?

Bibliografia per approfondire

Anderson B. (1996 ed. or. 1983), Comunità immaginate. Origini e diffusione dei nazionalismi. Manifestolibri: Roma
Besley, A. C., and M. A. Peters, eds. (2012).Interculturalism. Education and Dialogue. NewYork: Peter Lang.
Douglas M. (2014, ed. or. 1966), Purezza e pericolo. Bologna: Il Mulino.
Gobbo, F., ed. 2010. Il Cooperative Learning nelle Società Multiculturali. Milano:Unicopli
Goodenough, W. H. (1976). Multiculturalism as the Normal Human Experience. Anthropology and Education Quarterly, 7 (4), 4 – 7.
Kilani M., (1994). L'invenzione dell'altro. Saggio sul discorso antropologico. Dedalo: Bari.
Pescarmona I. (2015). Quando l'altro fa parte del noi. Pedagogika.it (Dossier: Migranti), XIX, 4, pp.54-56
Sen A. (2006). Identità e violenza. La Terza, Roma.