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Le cene eleganti di Piero Colaprico – Selezione 2012

La cartella clinica di Ruby viene aperta alle 7.19.

Secondo la dottoressa che la visita “appare agitata, vigile, reattiva. Presenta alla base del collo, posteriormente un’escoriazione lineare, dove la paziente riferisce di essere stata stretta dal collare di un cane, tre piccole escoriazioni al volto…” ematomi, sbucciature, nulla di grave.

Il “decorso clinico” non preoccupa alcun medico: “La ragazza giunge alla nostra osservazione per contusioni multiple da aggressione…riferisce di non aver subito violenza sessuale. La bambina viene dimessa in buone condizioni generali.”

Bambina non è un errore.

Ruby sarà quello che sarà, ma è stata portata, proprio perché minorenne, in una clinica pediatrica. Una “con quella faccia lì”, una che fa girare la testa agli uomini, ma che ci fa una così con i bambini? Questa è una domanda legittima nei bar di corso Buenos Aires, o nelle discoteche come l’Hollywood. Persino nel sotterraneo di Arcore il più famoso dei suoi pagatori, quello che si fa chiamare “papi” dalle showgirl e dalle ragazzine disperate, potrebbe sorridere: Ruby in pediatria? Ma che cos’è, uno scherzo?

No. È ignoranza non sapere, non rendersi conto, che una “minore adultizzata” è una bambina che ha diritto di restare bambina un po’ più a lungo. Per noi occidentali. Per noi che veniamo dalla rivoluzione francese. Per noi che abbiamo una fede fondata sull’”ama il prossimo tuo”. Per noi che abbiamo sentito dire che “I bambini sono il sorriso di Dio”.

Per noi che – credenti o non credenti – abbiamo alle spalle un vangelo in cui il Cristo che andrà sulla croce rimprovera gli apostoli, e dice loro: “Lasciate che i pargoli vengano a me”. Per noi che da oltre cent’anni studiamo le difficoltà della “crescita”, dell’adolescenza, esistono dei limiti. E non importa che sempre più dodicenni chiedano gli anticoncezionali ai medici di base, per noi sempre dodicenni sono, e le compiangiamo se sono state “adultizzate”.

La “minore adultizzata” è debole, preda degli eventi, condizionata da quello che gli psichiatri dell’infanzia chiamano “stress postraumatico”, un dolore insolubile che discende da una violenza subita, qualunque essa sia. Uno degli indici dello stress posta-traumatico è la precoce sessulizzazione del minore. C’e’ un’attrazione patologica per il sesso. La vittima – raccontano i testi clinici – tende a ripetere la violenza subita, oppure cerca rifugio dai maltrattamenti che le sono stati inflitti in una forma degenerata di affettività. Approfittare di questa “Fragilità” – figlia del dolore, dell’incuria, dell’inadeguatezza affettiva di un genitore – significa trasformare la vulnerabilità di un bambino in un assenso che non è stato dato. C’è sempre tempo per crescere e per dire si al sesso e a qualsiasi cosa, ma se non c’è stato un tempo per giocare?

Forse esiste una perversione insaziabile in chi, avendo gia molto, può esercitare un potere assoluto e persino convincersi di corteggiare, di coprire di attenzioni galanti, di idoleggiare giovanissime “amiche”, e non sa più riconoscere nello sguardo di chi ha di fronte l’anima di una “piccola”.

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