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Il suono delle parole

a cura di Francesco Butturini, Dirigente Scolastico Liceo Maffei, Verona.
Una premessa in forma di riflessione: come scriveva oltre un secolo fa Wilhelm von Humboldt, "l'uomo vive con gli oggetti principalmente come le loro rappresentazioni gli sono presentate dal linguaggio; egli cava da sé il linguaggio come il baco che fila il suo filo e con lo stesso atto si rinchiude nel bozzolo"(cito liberamente da "Introduzione all'opera sulla lingua Kawi" - Opere complete, VII, 60). L'immagine mi sembra definisca con disperato realismo la nostra situazione di sommersi dai linguaggi al punto tale da non riuscir più a comunicare attraverso gli stessi strumenti - nel senso più lato possibile del termine - che abbiamo inventato o ci troviamo fra le mani.


Per questo credo che il punto di partenza per fondare lo statuto di una disciplina come "Linguaggi non verbali e multimediali" sia fare piazza pulita del bozzolo, lasciar uscire la farfalla, sperando che sia ancora "angelica" e ricondurre la questione all'origine, per non correre alcuni rischi e non rinunciare ad alcune prerogative specifiche della Scuola.

I rischi sono quelli di credere che siano gli effetti speciali gli strumenti odierni più efficaci della comunicazione. Non penso solo agli effetti speciali cinematografici: anche la navigazione in Internet è per molti aspetti una sequenza di effetti speciali. Un altro rischio sempre incombente è di credere che i ragazzi ne sappiano più di noi ... quindi!

Se "sapere" è "sapere" non sono d'accordo. Se "sapere" è sapersi destreggiare, allora credo che si debba riprendere ex novo il discorso sul significato di "sapere" arrivando fino al valore di "scienza" e "coscienza". Da cui deriva evidente che la Scuola non può e non deve rinunciare alla sua funzione di educatrice, di istituzione in cui gli adulti sanno educere, lasciare segni, professare una cultura.

Diciamo serenamente: la strumentazione con cui si comunica è quella che è oggi, non quella che era cinquanta, cento, duecento anni or sono: sono sempre validi penna matita, carta e supporti vari e traccianti vari; si sono aggiunti gli audiovisivi in generale e il computer. Scrivo e il computer perché da solo dà a molti la sensazione di risolvere tutto con la sua presenza: dalla scrittura alla musica alla pittura. Una battuta: lo risolve come una paninoteca risolve il problema del pranzo; se poi vogliamo insegnare a mangiare bene diciamo di rivolgerci altrove. Non perché nelle paninoteche si mangi male, ma perché anche per il mangiare occorre qualcosa d'altro ed un panino per quanto meravigliosamente imbottito è altro da un caciucco alla livornese.
Tornare all'origine, a mio avviso, significa riflettere sull'essenza stessa della comunicazione, scoprendone la sostanziale identificazione con se stessa, sempre più indipendente, mano a mano che essa sia chiara e forte, dallo strumento che si usa.

Propongo una sequenza logica su cui ho avuto più occasioni di riflettere, perché mi sembra ancora utile:

1. la comunicazione è la sostanza del pensiero
1.1 non esiste pensiero senza comunicazione
1.1.1 non esiste prima il pensiero poi la comunicazione
1.2 la comunicazione è la realizzazione del pensiero
1.3 il pensiero diviene reale solo secomunicato
1.3.1 anche a se stessi: ma deve essere composto di codice comunicativo per essere pensiero
2. la comunicazione è scritta (alfabetica e/o iconica), orale, gestuale:
lo strumento è parte della comunicazione
2.1 non esiste comunicazione senza strumento
2.2 lo strumento senza comunicazione è nullo, irriconoscibile
3. la variabilità deriva dallo
strumento, ma non intacca il pensiero se questo è comunicato
3.1 lo strumento porta la comunicazione ad effetto
3.2 il pensiero è comunicato se lo strumento è usato correttamente
3.2.1 uso corretto dello strumento è quell'uso che fa comunicazione

Laddove credo siano chiari i percorsi educativi derivanti come sviluppi necessari di un'impostazione metodologica che preveda prima di tutto un principio di autocoscienza da individuare come base irrinunciabile nel brusio universale. La sequenza, inoltre, mi sembra spieghi anche perché si debba credere che la Scuola ha il compito di aggiornare gli strumenti della comunicazione, prima ancora di aggiornare i contenuti e i metodi della comunicazione, pena la incomunicabilità di sostanza: non di modo o contenuto.

Come diamo per scontato che uno studente delle attuali o future scuole secondarie debba saper comunicare con la scrittura e la lettura, altrettanto credo - ne sono fermamente convinto - debba saper comunicare con l'immagine fissa e in movimento. Debba saper usare, cioè, tutta la strumentazione della comunicazione iconica propria dell'attuale società planetaria in cui è l'immagine fissa e in movimento lo strumento quotidiano di comunicazione e di costruzione delle "verità".·

La Scuola e la Famiglia hanno commesso in questo secolo l'errore di credere che, abbandonando a pochi il compito (a volte la stranezza) di imparare ed insegnare l'uso strutturato e strumentale delle immagini e poi delle immagini sonore, avrebbero evitato distorsioni, deviazioni dei loro compiti fondamentali, che ritenevano altri e comunque più seri, superiori rispetto ai compiti di costoro. L'uso aberrante odierno della televisione e del computer telematico lo dimostra. · Non si tratta assolutamente di lasciarsi circondare o di sentirsi circondati. Non si tratta nemmeno di demonizzare - magari ci lasciassimo prendere bene dal daivmwn degli oggetti - o di divinizzare. Si tratta di comprendere e far comprendere le esigenze fondamentali: dare cioè il giusto valore agli strumenti, insegnandone l'uso motivato e regolamentato, insegnandone l'importanza, quindi, in rapporto a ciò che con essi si può e a ciò che non si può fare. Ricordo a titolo d'esempio una lezione sperimentale di cinematografia negli anni '60 all'università di Padova: il regista ci presentò il suo cortometraggio: dieci minuti di schermo completamente nero e nella colonna sonora, di tanto in tanto, alcune battute, squarci musicali, altri rumori. Gli obiettammo che forse basta la radio per gli effetti che voleva ottenere. Non mi sembra che il suo esempio sia stato molto seguito in cinematografia, mentre credo che il suo modo di fare sia abbondantemente seguito nell'uso di tutta la strumentazione multimediale, quando si confonde l'effetto speciale con il contenuto comunicativo.
Cosa fare, allora, per una disciplina che entra giovane, ma carica di antiche responsabilità, nella Scuola italiana?

Credo si debba predisporre un progetto realistico che parta dalla constatazione di ritardo e di necessità e che segua due linee di programmazione: quella diretta ( e sono le 33 ore) e quella trasversale ( e sono le altre 33 di compresenza) tenendo però conto che i linguaggi sono molteplici e vanno dai verbali agli iconici, dai gestuali ai linguaggi di massa (vorrei dire alla lingua delle masse), da quelli visivi a quelli audiovisivi.

Lo spazio si amplia per il Liceo della Comunicazione: le tre ore più l'ora di compresenza fanno di Linguaggi non verbali e multimediali uno strumento forte nella scelta generale comunicativa.
Le esperienze di due anni scolastici dimostrano che abbiamo intrapreso un cammino tanto difficile ed arduo, quanto positivo ed opportuno: nel senso etimologico dell'aggettivo, che conduce in porto. Non è dunque solo questione di insegnare ad usare i software dei computer e le macchine. Si tratta di essere più aderenti alle funzioni educative della Scuola: salire o discendere dalla tecnologia per arrivare sempre alla logica, questo deve essere a mio avviso il cammino educativo.
Altrimenti ci si illuderà che basti saper usare una macchina per averne imparato ad usare la filosofia. Il che potrebbe anche valere in linea generale come indicazione di metodo, ma non come percorso generalizzato e partecipativo, in quanto la filosofia che presiede la costruzione di una macchina per essere partecipata ha bisogno di un percorso troppo complesso per pensare di poterne fare uso scolastico. Lo si deve dar per scontato e si impedisce, anzi, si inibisce l'atto creativo, lasciando credere allo studente che sta creando quando usa i software in dotazione.
Per questo vorrei chiudere questa mia considerazione ricordando la battuta di Diogene: omnia mecum porto, che credo debba valere sempre, oggi più che mai, se non vogliamo cadere nella trappola dei trionfalismi efficientisti, assai poco efficaci dal punto di vista educativo

Tre riflessioni sul segno-significante

riflessione prima

Quando degli uomini arrivarono alla trascrizione del suono delle parole e questo segno divenne significante di un significato condiviso, quel segno divenne magia e le parole divennero magiche, perché acquisivano un valore aggiunto: il valore della ripetibilità certa e della necessità esistenziale.
Il passaggio dalla memoria, alla voce, alla pronuncia, alla trascrizione, alla ripetizione - e cioè la comunicazione - fu magia: appartenne al campo del misterioso.

Parola, verbum, lovgo" (mi piacerebbe aprire una finestra etimologica che devo lasciare alla vostra immaginazione): transustanziazione fra lovgo" e verbum; due principi attivi di comunicazione che chiudono quella che Marcello Barbieri ("La teoria semantica dell'evoluzione", 1985) chiamerebbe una catena semantica della comunicazione: composizione misteriosa di pensiero, parola, esistenza, realtà.
Misteriosa (mysterium è in relazione con muvw), perché ad essa viene affidata l'onnicomprensione di un indicibile (quindi tendo a chiudere sia gli occhi che le labbra per voler esprime l'indicibile, perché troppo difficile da dire) processo di intromissione vitale nel tessuto del Pianeta cui apparteniamo
Al vocabolo "magia" si lega tanta superficialità comunicativa, perciò uso il vocabolo con molta circospezione; vorrei restituire ad esso lo spessore antico, quello della Bibbia, ad esempio, o quello delle altre più antiche scritture, che lo usano come riferimento al luogo, al tempo e al modo della creazione dal nulla, dell'incontro con l'ignoto; penso ai "magi" che vengono a Betlemme e penso ai maghi del Faraone, che sanno compiere prodigi di poco inferiori a quelli di Mosè, la cui mano è guidata da Dio
In questo senso è magia il punto per cui, ad un certo momento, nella voragine degli scarti, arriviamo ad esserci ed a scoprire che possiamo definire logicamente e verbalmente (con le parole, se comunichiamo per parabolas) i futuri ritmi di scarto, le future scelte. Se non a determinarle completamente, certo a conoscerle, a poterle conoscere, ad illustrarle, ad analizzarle, a volte, a codificarle. A volte, riusciamo ad essere padroni di alcune sorti particolari, le minuzie delle nostre attese presenti: lo siamo nella misura in cui riusciamo a comunicare con il massimo della chiarezza possibile.
La comunicazione é dunque biologica, perché frutto di pensiero, e per questo é esistenziale: comporta l'esistenza e porta l'esistenza.
Come una ragnatela sul buio infinito: non sappiamo da dove inizi e dove vada, sappiamo però che adesso questa ragnatela c'è, ci sostiene e siamo in grado di dire che è, probabilmente, una ragnatela.
Metaforicamente o come altro si voglia: non fa differenza esistenziale nel dominio di una perenne attività transustanziale.
Ci appartiene (ci viene data) la possibilità di attaccare una dietro l'altra parola-verbum-lovgo" (il climax è "cronologiamente" inverso), che formano una ragnatela che ci consente di vivere per mezzo dei contenuti esperenziali che passano con la comunicazione. Sappiamo evitare meglio i pericoli, sappiamo tramandarci utili ammonimenti. A livello domestico come a livello extra-domestico: conservando il valore originario di domus, e mettendolo in stretta relazione esistenziale con Lebensraum. La misteriosità e la magia (siamo nell'ambito del sacro e del santo) sono strettamente legate all'immagine del segno grafico significante (talmente fondamentale, che ci sono religioni che vietano la riproduzione della divinità per immagini antropomorfe, perché non sacre e non sante), tanto che da sempre gli uomini hanno arricchito, custodito e studiato sempre meglio questo segno, anche indipendentemente - in apparenza - dalle necessità prioritarie di chiarezza nella comunicazione. Diversamente non si spiegherebbero le scritture ideogrammatiche e similari; l'uso delle lettere nelle celebrazioni pasquali (Cristo è A e W), la ricca tradizione miniaturale e, in genere, la pittura frescale benedettina dal IX al XIII secolo. Segno significante e immagine coabitano nel mistero sacro della comunicazione, per cui degli uomini hanno sempre cercato di impadronirsi in esclusiva del segno-significante: profeti, sacerdoti, potenti, guerrieri, stregoni, shamani, mistici e oggi ci provano, a livelli minimali, ma non meno potenti, i pubblicitari.
La forza delle parole è stata forza magica e sacra a livello diffuso almeno fino al secolo dei Lumi e all'era industriale, quando altri uomini hanno scoperto altre magie: le macchine (che nascono da combinazioni di parole: i progetti), che sembrano continuare il potere che aveva prima di esse la parola, in quanto sembrano capaci di interagire nella comunicazione, alterando, addirittura, quelli che erano conosciuti come i ritmi ineludibili della natura.
Dai decenni che vanno dalla fine del XVII secolo in poi, in Europa, uomini sempre più numerosi hanno progressivamente trasposto la carica magica dalla parola alla macchina.
Penso alla "trasfigurazione" della macchina: azione attiva ancora agli inizi del XX secolo (comunque, ancora operante), tendente a nascondere la macchina con decorazioni floreali, animali ed altro. Fra queste macchine, quella che si è rivelata la più potente non è il motore, bensì la macchina che sa trasmettere a distanza la parola, che rimane pur sempre depositaria di grande effetto misterico (più misterico che sacro): il telegrafo prima, poi il telefono e la radio, quindi la televisione: in quest'ultima macchina si sono concentrate la forza della parola e quella dell'immagine, con una evidente perdita di grado o di forza dell'espansione fantastica della parola che viene rinchiusa nell'immagine. In un certo senso, limitata dall'immagine che è in grado di contornare la parola, che, senza immagine, possiede immagini.
E' accaduto il primo passo di specializzazione nella comunicazione, che è una strada di riduzioni di potenzialità: dall'immensamente grande del suono, all'immensamente piccolo del frattale.
Tornando alla macchina: essa è un prodotto di uomini, con peso, storia e zavorra; la sua misteriosità è meno forte.
Probabilmente provvisoria.
Tuttavia questa sua misteriosità comunicativa rimane fortissima, fino a stabilire nuove forme di catene comunicative e quindi nuove vite.
Può essere che, come la coscienza sulla parola (parola-verbum-lovgo") ha avuto un periodo sufficientemente determinato di accettabile chiarezza trasmissiva e creativa (quel periodo che noi chiamiamo classicità), e come a questo periodo è seguito un altro periodo di rinnovata magia sulla parola/immagine, perché i nuovi fruitori avevano più immagini senza segni che segni-significanti (ed è il periodo che chiamiamo barbarico), così ora siamo nella nuova barbarie della non sufficiente conoscenza d'uso di questo strumento di comunicazione che è l'immagine televisiva (riducendo la riflessione solo a questo tipo di immagine).
Crediamo di conoscerla, ma non siamo ancora in grado di adoperarla con utilità; come i barbari non sapevano usare con utilità, se non minima, il segno-significante che avevano trovato nelle terre invase.
È interessante, per la riflessione, il confronto con il patrimonio lapidario romano, ad esempio, fino al II/III secolo e il successivo: nulla è più convincente del confronto fra il campo visivo di una lapide in capitale repubblicana e primo-impero e il campo visivo di una lapide longobarda: si comprende con facilità l'allentamento del rapporto fra segno e significante, fra significante e significato (e un'espansione rinnovata di immagine senza segno). Progressivamente qualcosa sfugge al patrimonio comune. Non è solo questione di abilità o di nuovi gusti: di mezzo c'è la biologicità dei codici comunicativi.

riflessione seconda

Al culmine del Rinascimento, anzi, all'inizio di una crisi che oggi ancora avvertiamo, forse esauriamo, Ludovico Ariosto sa comporre, e i suoi lettori e auditori sanno leggere e ascoltare, un poema di quarantasei canti, migliaia di ottave, e oltre quarantacinquemila versi: L'"Orlando Furioso" è una panoramica sterminata di personaggi, fatti, avvenimenti, storie che, tuttavia, rimane unitariamente leggibile e, in un certo senso, vedibile (una vedibilità, del resto, deliziosamente supportata da tante immagini dell'amico Dosso Dossi).
Come la complessa armonia della Cappella Sistina o come la altrettanto complessa armonia delle Stanze Vaticane, o la strabiliante armonia complessa delle "Nozze di Cana" di Paolo Veronese al Louvre. Gli esempi sono numerosi e a tutti noti.
Tale capacità di visione unitaria - non per questo monotonica ( e monotona) - veniva da lontano e regge fino ai primi due decenni del nostro secolo (penso ai romanzi di Proust, Musil, Joyce e, in pittura, ai cicli ebraici di Chagall, ad esempio, o all'ultima composizione globale del Novecento: Guernica).
Già da tempo, tuttavia, si avvertiva la fatica e con la fatica la necessità, sempre più impellente, di spezzare, frantumare, scegliere, ridurre e ingigantire il ridotto: operazione che si verifica in tutte le forme del sapere e della comunicazione. Nascono le specializzazioni e nasce il frammento.
In poesia, come in pittura, nella scienza, come nella ricerca storica.
L'unitarietà scompare, per lasciare il posto al singolo pezzo; all'atomo del singolo pezzo: ai frattali! Insieme con questa, che possiamo considerare una perdita generica, e generale, di forze, si manifesta un altro fenomeno: il costante abbandono della conoscenza d'uso degli strumenti in possesso. Si ripete un avvenimento già noto nei periodi di crisi e di dissoluzione di una civiltà. Si ripete, per esemplificare, quanto avvenne in Europa dal V al IX secolo con le così dette invasioni barbariche, il dissolversi dell'impero romano e il lento formarsi di nuove nazioni.
A Verona l'esempio di questo procedere è sotto gli occhi di tutti nelle mura di Gallieno, che non sono frutto barbarico se non indiretto: i cittadini che le costruirono in otto mesi in quell'inquietante 253 d.C., presi dal panico, raccolsero tutto ciò che si poteva utilizzare dalla via sacra che usciva a sud della città, dalle case di confine, forse dallo stesso anfiteatro; misero in piedi un muro altro tredici metri, fatto di lapidi e di tombe, di pietre angolari e di cimase marmoree, di fregi e di are: tutto materiale (impropriamente usato?) trasformato in macerie ed usato come macerie.
Per ridurre l'esempio alle arti visive del nostro secolo, basta pensare ai papiers collés di Picasso, ai prodotti DADA, all'assemblage neodadaista e alla Pop Art in genere e a tanta parte dell'Arte Povera e Concettuale, in cui, in forza del dubbio perenne sulla consistenza dell'immagine, sul suo significato, sulla sua identificazione e fruibilità esistenziale e conoscitiva (il dubbio viene esemplificato storicamente per il nostro secolo da Duchamp con il ready-made, ma era ben presente nella storia delle immagini da Platone in poi), tanti artisti hanno proceduto ad usare tutto ciò che si sono trovati per le mani, dai manubri di bicicletta, agli escrementi umani, nel desiderio inquieto e disperante di alzare anche loro un muro di Gallieno in attesa di un'invasione: l'invasione della distruzione totale di questa umanità.
Si accompagna temporalmente a questa produzione di macerie (che è sempre più vasta mano a mano che ci avviciniamo agli anni presenti) una nuova forma ideale di spiritualità, che nasce su altre macerie, quelle del Positivismo e dell'era industriale: la "spiritualità" della materia smateriata (ma sempre materia), in cui sembra di capire che si intende per spirito quella materia atomica che i sensi non possono vedere e toccare e di cui, tuttavia, attraverso sempre più raffinata strumentazione tecnologica, si conosce e si misurano l'esistenza e la consistenza.
Di una spiritualità-materiale di questo tipo si riconoscono abbondanti tracce in Nietzsche e derivati, come nelle teosofie di due pittori quali Kandinsky e Mondrian (per Klee, non potendosi parlare di teosofia, e, se mai, di psicanalisi, bisognerebbe aprire altro discorso). Anche in questo caso, si tratta di macerie; più minute, quasi impalpabili per la loro leggerezza "spirituale": sempre macerie materiali, con le quali, di necessità, si possono costruire solo ammassi di frammenti o singoli frammenti.
Come avviene, infatti, nella pittura di Kandinsky, in particolare, e nelle esperienze "spirituali" che essa ha attivato, nate nella scia sentimentale sollevata in contemporanea da forme identiche, empatiche, di ricerca di immagini. Penso a Mirò; ma si possono proporre numerosi altri esempi.
La scena kandiskyana è la limitazione nel quadrato o nel rettangolo di una pulsazione pulviscolare di oggetti, che erano altre cose da quello che ora appaiono: ora che sono la riduzione ad minimum di una loro dispersa esistenza.
Kandinsky sa ancora reggere il tentativo di illustrare la complessità di una rappresentazione, anche se frammentaria e frammentata: è l'ultimo dei ricercatori e fruitori di macerie a provarci. Dopo di lui, mi sembra che barbari tout-court abbiano sfondato i muri di difesa e si siano trovati nella vitale ineluttabilità di usare una strumentazione di cui non conoscevano né i significati, né i significanti, né le posizioni azimutali, né, quindi, la loro possibile collocazione nello spazio.
Pollock ( e l'arte nord-americana in generale degli ultimi 50 anni) mi sembra l'esempio più illustre di questa barbarie spaesata che ricorda, vagamente, che la pittura aveva delle funzioni rappresentative e illustrative, ma non riesce più esistenzialmente a comprenderne modi e metodi per giungervi; quelli che crede di ricordare le sembrano del tutto inutili per lo scopo.
Così è iniziata una peregrinazione in lande deserte e sempre più sconfinate in cui, come in quel film profetico di Kubrick "2001 Odissea nello spazio", appaiono le rovine e le macerie di tutta quella che continuiamo a chiamare la nostra civiltà, che, in realtà, ci appartiene talmente poco che la stiamo distruggendo giorno dietro giorno, pezzo per pezzo, perché di essa crediamo utile ed efficace saper usare solo i frammenti.
Magari i più lucenti.
Facciamo come le gazze: e forse non si può fare diversamente e non esiste per noi se non questa soluzione alle attuali necessità esistenziali per sopravvivere.
Questo accade in tutte le manifestazioni artistiche, moda compresa: che altro significa l'ingresso trionfale del casual, per cui un ragazzo si sente "in" perché si allaccia un maglione sopra la giacca come fosse una sciarpa e una ragazza indossa d'estate pesanti scarponi da montagna o tipo militare?
Non sto giudicando ( anche se ammetto la presenza in me di una forte nostalgia per la capacità di Ludovico Ariosto): sto solo cercando di capire la traccia di questa ricerca, in cui, di necessità, anch'io sono immerso: come operatore culturale e come semplice cittadino.
Voglio capire dentro queste macerie, che mi luccicano intorno e che, a volte, mi piacciono, mi affascinano, sia sentimentalmente che esteticamente, che cosa sia stato adoperato. Almeno questo: sapere la provenienza del materiale che vedo usare; riconoscere la derivazione, potrebbe significare forse solo un'aggiunta di nostalgia, perché, ora come ora, non servono se non a reggere la parte di muro che reggono.
Potrebbe anche diventare una strada nuova da percorrere.
O, forse, non vale più nemmeno la fatica di raccogliere macerie ed è più utile dimenticare del tutto (si può dimenticare la nostalgia?) ed iniziare un esodo coraggioso; più coraggioso, di cui certo oggi non si riesce a scorgere che l'inizio e per il quale, non dovendo noi portarci del passato (macerie o non macerie) nulla, assolutamente nulla, l'unica preparazione al nostro attivo è la voglia di camminare nell'ignoto?
Ci ridesterà, forse (spero) il suono di parole nuove e antiche e risentiremo la necessità di segni e di significanti condivisi?

riflessione terza

"Maria da parte sua serbava tutte queste cose meditandole in cuor suo" (Luca,2,19): un'espressione che torna pressoché identica nell'evangelista, a conclusione di narrazioni di fatti (ad es. Luca,1,66; 2,51). In questo versetto il testo greco usa due termini su cui desidero soffermarmi per il significato più generale di lingua/linguaggio/comunicazione: rh'ma = parola relativa ad un evento / evento (tradotto in italiano con "cose") e sumbavllousa= confrontare la propria opinione con i fatti per interpretarli (tradotto in italiano "meditando").
Di rh'ma ( da cui deriva anche, ad esempio, retor ) mi interessa il semantema con significato di "dire", perché la mia riflessione verte sull'atto di dire, proferire parole, con il fine di esaminare l'origine del termine dal punto di vista del rapporto esistente fra dire/comunicazione e creazione di nuova realtà, partendo dall'espressione biblica del Genesi "Dio disse: sia la luce, e la luce fu" (Gen.1,3).
Una riflessione che nasce da una constatazione storica e da una sua proiezione iperstorica. Constatazione storica: in alcune lingue neolatine il verbo tipico della comunicazione (parlare, parler, hablar ecc.) deriva da parabolhv, dicere per parabola;V "parabolare"; e cioè la realtà storica distesa in quasi due millenni viene comunicata per parabolas: vale a dire che la parola dell'Evangelo (un atto comunicativo: buon annuncio) è divenuta la nostra realtà comunicativa, la nostra realtà, senza che noi riusciamo ad avvertire il punto di passaggio, la saldatura fra l'evento logico e l'evento ontologico. O meglio fra l'atto verbale e l'evento: gli atti verbali e gli eventi.
jEn arch; h\n o] lovgo" jv (Giov.1,1). Tutti sanno che lovgo" viene tradotto con verbum: et verbum caro factum est.
Come cristiani credenti accettiamo il mistero dell'incarnazione e crediamo nella realtà di questo mistero che, per noi, è realtà. Atto di fede e definizione di una realtà, da cui e su cui si fonda e nasce un atto di fede che è pensiero.
Verbum nella radice semantica è in relazione con la radice semantica di for fatus, che, a sua volta è in rapporto con la radice semantica di fhmiv, in rapporto con la radice fa di favw (dar luce, splendere) e faivnw (portare alla luce).
Comunicare è portare alla luce un pensiero/che/diviene/realtà per una comunità. Un pensiero/lovgo" che diviene realtà
Nella comunicazione esiste e/o interviene una potenza creativa che è nelle parole pronunciate, che sono un'esistenza logica di pensiero per essere parole pronunciate ed appartengono come parole pronunciate alla realtà degli eventi. E cioè, la realtà degli eventi è la relazione fra le parole pronunciate del tipo "Dio disse sia la luce e la luce fu".
"L'uomo disse sia la luce" ... poiché sappiamo che non avviene che la luce fu, dobbiamo pensare che "all'uomo disse" corrisponda un desiderio di realtà, non l'evento di una realtà, per cui la differenza nella relazione fra le parole e la realtà sta nella differenza fra il desiderio e la realizzazione del desiderio, che viene attribuita alla sola persona di Dio.
Proiezione storica: intendo riferirmi alla realtà virtuale delle stroboscopie o meglio di strobocinematoscopie, in cui la mente dell'osservatore vede sullo schermo una realtà che sapeva essere solo virtuale ma che, ora che la vede svolgersi davanti ai suoi occhi e alla mente, percorre seguendo l'ordine conoscitivo della proiezione con la sempre più forte convinzione che quella sia una realtà totale, compiuta e unica, unicamente visibile come la sta vedendo e le dà il nome di realtà: per cui passa - non so a quale livello coscienziale - dal pensiero alla realtà senza alcuna soluzione di continuità a livello psicologico.
È cioè avvenuto che il pensiero logico, nella sequenza logica di una serie di operazioni matematiche, ha dato origine ad una realtà, ad un evento di relazioni, che viene percepito come realtà che viene alla luce e si manifesta per mezzo della relazione fra comunicazione di pensieri e reattività o reazione di pensieri, in una sequenza logica non predeterminata ma consequenziale e coerente rispetto al risultato conseguito e che si voleva conseguire: l'evento di una realtà virtuale, che assomiglia così tanto alla realtà/realtà, da confondersi con essa fino a divenire essa.
Una determinazione di contemporaneità assai vicina al verbum caro factum estSe ha un senso la relazione comunicativa che inizia con "la comunicazione è la sostanza del pensiero"(cfr. "Civiltà dei Licei" a.IV.6 p.20), è necessario ridurre in termini chiaramente educativi la creazione di ogni realtà virtuale, compresa quella strobocinematoscopica, e cioè porre il massimo dell'attenzione alla potenzialità creativa e creatrice delle parole nei nessi relazionali: in relazione sia con gli eventi psicologici (essendo il rapporto adulto/adolescente con forti potenzialità creatrici dall'adulto all'adolescente del tipo "l'adulto disse"), sia con gli eventi del pensiero in generale e con gli eventi semplicemente.
Se i processi di comunicazione hanno questo potere creativo, è quindi necessario siano al centro dell'attenzione come atti comunicativi, prima ancora che come portatori di questo o quel contenuto. Non perché il contenuto non abbia importanza, bensì in quanto il contenuto assume importanza e portata creativa dipendentemente dagli atti comunicativi che sono eventi di comunicazione e realizzazione.
Cioè a dire che è nelle disponibilità del comunicatore una potenzialità creativa infinita, di cui non si può sprecare nemmeno un istante o una parola.
La scuola ha questo compito in generale. Il Liceo della Comunicazione si prefigge questo scopo in particolare e propone quindi la riappropriazione della creatività della scuola nel più profondo del tessuto sociale, là dove nascono le relazione e le reattività creatrici.