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CL E DISAGIO SCOLASTICO, UNA PROSPETTIVA DI INTERVENTO

disagio-giovaniledi Claudia Matini (1995)

Alcune ricerche hanno evidenziato che l'uso prolungato del cooperative learning può produrre effetti positivi circa la riduzione del disagio scolastico e del possibile drop-out.

Esiste un’ampia letteratura sul disagio giovanile, i cui termini correlati sono disadattamento, devianza, marginalità. Associata ad esso è una vasta tipologia di comportamenti messi in atto da soggetti in età evolutiva,soprattutto preadolescenti e adolescenti, con un livello di gravità variabile.
Si parla di disagio:

1. non grave: che consiste in stati di malessere per esperienze di insuccesso (scolastico, sportivo, relazionale) e che si esprime con comportamenti di chiusura, di aggressività, di autosvalutazione;
2. intermedio, che si manifesta con comportamenti trasgressivi spesso agiti nel gruppo e con il gruppo (uso occasionale di stupefacenti, appartenenza a bande, intimidazioni a soggetti più deboli);
3. grave, che si manifesta con comportamenti autolesivi (fuga,tossicodipendenza) e trasgressivi illegali (furti, spaccio, ricettazione) (Maddalena Colombo, 1994). Il disagio scolastico è, allora,un esempio del disagio giovanile, che può manifestarsi con comportamenti di disturbo in classe, irrequietezza, iperattività, difficoltà di apprendimento,di attenzione, difficoltà di inserimento nel gruppo.

Termini a volte associati al disagio scolastico sono anche la scarsa motivazione, il basso rendimento, persino l’insuccesso, l’abbandono, la dispersione scolastica. Il disagio scolastico è un fenomeno complesso legato sì alla scuola, come luogo di insorgenza e di mantenimento, ma anche a variabili personali e sociali, come le caratteristiche di personalità da una parte e la situazione familiare dall’altra. Pensare a semplici spiegazioni causali per individuare i fattori responsabili del disagio è riduttivo e fuorviante.
Non rientra nei miei obiettivi addentrarmi nella analisi del fenomeno “disagio scolastico”. Mi sembra invece utile riflettere su quale può essere il ruolo della scuola nel gestire il disagio e nel prevenirlo.
Molti interventi già sperimentati intendono incidere sulle variabili personali legate al disagio, come l’autostima, l’autoefficacia, oppure sulle variabili sociali, quali il rapporto tra l’alunno e l’insegnante, tra la famiglia e l’insegnante.
Una possibilità è data dalla consulenza individuale, come nei CIC o, nelle scuole elementari, da interventi di tipo psicopedagogico.
Esiste anche una via alternativa,complementare, a questi tipi di intervento.
Diverse modalità di lavoro sono possibili. Finora si è lavorato nell’ottica del recupero (come i corsi pomeridiani condotti dagli stessi insegnanti), che in base ad alcune valutazioni ufficiali non sembrano produrre risultati significativi in termini di miglioramento.

Oltre a tipologie di programmi di recupero e prevenzione realizzabili a fianco dell’attività didattica quotidiana, è possibile pensare di intervenire indirettamente sul disagio scolastico lavorando sul contesto specifico in cui questo si realizza, cioè la scuola e,più specificamente, sulle modalità di istruzione che sembrano di fatto essere legate ad esso.
I metodi di insegnamento tradizionali privilegiano una asimmetria nel livello di partecipazione richiesto ai partecipanti, per cui l’insegnante è responsabile di gran parte del lavoro in classe e agli studenti rimane da assumere un ruolo passivo.
Ma questi sono solo una delle modalità possibili di lavoro in classe. Una alternativa è data dall’utilizzo del lavoro di gruppo. Precisamente, dalle tecniche di lavoro di gruppo cooperativo. Esse consistono in strutture di apprendimento in cui gli studenti lavorano in piccoli gruppi, in classe, su contenuti di apprendimento.
Esistono una varietà di modalità realizzative dell’Apprendimento Cooperativo: i fratelli Johnson parlano di Learning Together (apprendere insieme) e di Controversia; Robert Slavin dello Student Team Learning (apprendimento per squadre di studenti); gli Sharan di Group Investigation (Indagine di gruppo), O’Donnell e collaboratori di Scripted Cooperation (cooperazione con copioni).

Queste modalità di lavoro di gruppo in classe sono diverse tra loro per la loro durata nel tempo, per l’organizzazione del lavoro, per il tipo di apprendimento che intendono stimolare, per i presupposti teorici che ne hanno determinato la creazione (O’Donnell e O’Kelly, 1994).
In comune hanno la convinzione che il piccolo gruppo (2-6 membri) può essere un efficace veicolo del miglioramento individuale nell’apprendimento di contenuti e abilità sociali (Comoglio e Cardoso, 1996).
Le numerose ricerche effettuate dai vari autori dimostrano come l’apprendimento cooperativo può rivelarsi più efficace di altri tipi di modalità didattiche, ma solo se all’interno di esso si applicano determinati principi (interdipendenza positiva, responsabilità individuale, interazione simultanea, ecc.): in questo senso esso si differenzia profondamente dal lavoro di gruppo che si attua solitamente a scuola.
La chiave di differenziazione tra il tradizionale lavoro di gruppo e quello cooperativo sta nella modalità con cui viene stimolata la cooperazione. Questo termine è generalmente associato all’idea di aiuto reciproco, di collaborazione, di rispetto per l’altro: se nell’organizzazione tradizionale del lavoro di gruppo questi comportamenti di interazione positiva vengono consigliati dall’insegnante e lasciati alla buona volontà e alla disposizione naturale degli studenti, nell’organizzazione della lezione in termini cooperativi essi sono stimolati mediante un’opportuna pianificazione del lavoro dei gruppi e,talvolta, esplicitamente insegnati mediante spiegazioni, simulate e riflessioni condivise.
In realtà,l’unico elemento comune alle due modalità di lavoro di gruppo è l’obbligo a lavorare insieme per un compito e la durata nel tempo dell’esperienza di apprendimento.
Cosa rende questa modalità didattica utile per la prevenzione del disagio scolastico?
Come accennato precedentemente, il disagio si manifesta con comportamenti e fenomeni diversificati e risulta correlato a variabili quali il rendimento, la motivazione e le relazioni. Usare un metodo didattico piuttosto che un altro consente di influenzare in modo diverso i comportamenti con cui il disagio si manifesta.
Il disagio è spesso legato al basso rendimento.
I ricercatori che si sono occupati di apprendimento in gruppo si sono preoccupati di verificare due aspetti:
1. in che misura il Cooperative Learning favorisce l’apprendimento rispetto ad altri metodi didattici (individuale e competitivo);
2. in che misura gli studenti di vari livelli di abilità beneficiano di questo metodo.
Rispetto al primo punto, molte ricerche certificano il migliore rendimento degli studenti che hanno lavorato con lavoro cooperativo piuttosto che individualistico o competitivo. Tali risultati si sono ottenuti in materie diverse, come matematica, scienze,storia, letteratura, lingua straniera.
Rispetto al secondo punto, cioè chi beneficia dell’uso del metodo cooperativo, sembra che il miglioramento nel rendimento sia presente negli studenti che lavorano in gruppo, per tutte le fasce di abilità considerate, quindi sia per gli studenti bravi che per quelli con difficoltà.
Se l’utilizzo del metodo cooperativo consente di influenzare il rendimento scolastico individuale in materie diverse in studenti di vario grado di abilità, sembra ragionevole presumere anche che un miglioramento del rendimento possa influenzare una diminuzione nelle manifestazioni di disagio ad esso legate.
Una manifestazione del disagio scolastico è il livello basso di motivazione e di coinvolgimento nelle attività scolastiche.
Comoglio e Cardoso riportano una serie di dati a sostegno della metodologia cooperativa confrontata con le modalità competitiva e individualistica: secondo queste ricerche, l’interazione cooperativa promuove la disponibilità ad impegnarsi in modo continuo e più a lungo, a rimanere concentrati sul compito fino al conseguimento dell’obiettivo e a studiare a fondo gli argomenti. La persistenza e costanza nel compito,l’interesse sono indici di motivazione. Agire sul grado di motivazione e coinvolgimento può significare allora agire sul disagio.
Il disagio sembra anche legato a difficoltà di inserimento sociale, direlazione, di isolamento. Alla difficoltà di stare bene con gli altri.
Il Cooperative Learning favorisce le occasioni di conoscenza reciproca in un contesto altamente strutturato, con regole di interazione stabilite. Crea un ambiente favorevole al contatto e dà a tutti la possibilità di contribuire al lavoro del gruppo, promuovendo così il contributo di persone che altrimenti rimarrebbero ai margini.
La validità di queste affermazioni è stata verificata in rapporto al grado di simpatia e di attrazione interpersonale. In generale, la cooperazione promuove gradi più elevati di simpatia rispetto alla competizione.
Alcuni teorici del Cooperative Learning non si limitano a fornire indicazioni sulle strutture di apprendimento da usare. Essi non danno affatto per scontata la capacità di stare in gruppo e di lavorare assieme ad altri in modo efficace, perché questo significa esporre il gruppo stesso ad un’elevata possibilità di fallimento (Johnson, Johnson, e Holubec 1994; Cohen,1994; Sharan e Sharan, 1992). Piuttosto affermano la necessità di insegnare le abilità sociali utili al lavoro di piccolo gruppo. Tali abilità consistono in un insieme di comportamenti comunicativi, relazionali e operativi la cui lista varia da autore ad autore, ma che sono legate dal comune denominatore della loro funzionalità al lavoro di gruppo (per una rassegna, vedi Comoglio e Cardoso, 1996).
Molti studenti rimangono ai margini dell’attività scolastica e il loro recupero è spesso faticoso e lungo.Usare il Cooperative Learning consente di realizzare questo obiettivo senza trascurare il resto della classe. L’uso dei gruppi di studio ha il vantaggio di sfruttare l’interazione come forza propulsiva per coinvolgere tutti gli alunni e per spingerli ad attivarsi nel conseguimento di scopi di apprendimento comuni.

In conclusione, l’insegnante può svolgere un ruolo importante nella prevenzione e nella gestione del disagio scolastico agendo nell’ambito della sua attività quotidiana: egli può favorire un “agio”invece che un “disagio”, lavorando per creare un clima favorevole all’apprendimento, e questo semplicemente ampliando il proprio repertorio di azione didattica e fornendo agli studenti la possibilità di interagire in modi strutturati in classe con obiettivi di apprendimento.


Bibliografia

Colombo, Maddalena (1994), articolo, Politiche Sociali e Servizi
Maggiolini Alfio, (1994), Ragioni affettive legate al disagio scolastico, Ed. Uncopli.