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Adolescenti e verità: la costruzione dell'identità

veritaQuesto articolo continua il filo rosso, intrapreso con l’articolo di giugno, che punta i riflettori di Scintille.it sul rapporto che la Scuola - con le sue persone, gli insegnanti, e le sue metodologie - intraprende con Adolescenti e Preadolescenti.
In particolare ci si vuole soffermare sui modi che permettono di trasformare il Fare scuola in un momento “dotato di Senso” per la Crescita personale degli attori coinvolti nel processo educativo: alunni, insegnanti e loro genitori.

 

 

 

 

 

Sempre più si evidenzia come le difficoltà di apprendimento rimandino a problematiche affettive e relazionali che “interferiscono” sulle modalità di elaborazione delle informazioni e di costruzione di schemi di comprensione della realtà (Bucci, 1997).
E’ necessario quindi tener presente che il processo di apprendimento è sempre un fatto relazionale e in quanto tale commisurato alle personalità: 1. dell’allievo, 2. del docente e 3. del loro campo relazionale sempre intrecciato con 4. i vissuti legati al contesto familiare.
L’autrice del presente articolo è una Educatrice professionale/Counselor, una di quelle figure che possono rappresentare per il mondo della scuola un buon supporto anche per gli insegnanti al fine di affrontare con continuità la fatica emotiva di gestire lo spazio di apprendimento delle singole individualità coniugandole con quelle del gruppo.

 

Di Daniela Bruniera (luglio 2012)

Tu mi dicevi che la Verità e la Bellezza
non fanno rumore,
basta solo lasciarle salire,
basta solo lasciarle entrare.
E’ tempo di imparare a guardare
E’ tempo di ripulire il pensiero
E’ tempo di dominare il fuoco
E’ tempo di ascoltare davvero.
           
[Cristina Donà, Settembre]

 

IL BISOGNO DEGLI ADOLESCENTI  di “FARE VERITÀ”.

Nella mia esperienza di colloquio con gli adolescenti negli spazi di ascolto-CIC (centro di informazione e consulenza) in una  scuola secondaria di 2° grado un tema ricorrente che le ragazze e i ragazzi, spontaneamente e con frequenza, portano è “come stanno vivendo  la relazioni con i loro genitori”.
 Ma quale bisogno spinge gli adolescenti ad affrontare in relazione d’aiuto il loro rapporto con i genitori?
Gli adolescenti, spesso in modo evidente e diretto, esprimono in modo specifico un bisogno di fare verità sulla relazione con i loro genitori; altre volte questo bisogno, poiché meno consapevole, emerge nella fase di esplorazione.
Pietropolli Charmet ci aiuta a comprendere il bisogno di verità che emerge a questa età e il suo significato: “Il lavoro con gli adolescenti getta in primo piano la loro diffidenza a credere che sia ancora valida l’ipotesi – ampiamente utilizzata durante l’infanzia – secondo cui gli adulti e i genitori siano la fonte principale della conoscenza, in quanto depositari dei segreti dell’esistenza, dal mistero della generatività a quello del piacere, via via fino al segreto del  potere, del sacro, della morte.......Anche in questo senso non si tratta di una questione marginale poiché in adolescenza la questione della “verità”, di chi la dica e di chi invece menta è ovviamente centrale..... Il segreto di cui l’adolescente cerca la soluzione riguarda proprio la relazione con i genitori e concerne lo sviluppo della sua capacità di meta comunicare sulla relazione che ha ed ha avuto con loro: i genitori non possono aiutarlo, egli deve cercare al di fuori della famiglia un adulto competente che lo aiuti a sapere ciò che sa e a tollerare la verità: il segreto delle proprie origini, del suo destino, della natura del suo desiderio, della finitezza del suo ciclo biologico, il modo per battere il potere della morte ed affermare il proprio diritto ad intonare il canto della propria verità e dell’irripetibile ed originale interpretazione della vita e dell’amore” (2000, 84 -85)

Emergono due livelli di bisogno: il “fare verità” sulle relazioni che vivono e il conoscere la verità della vita per affermare la propria verità.
Fare verità sulle relazioni e avere il desiderio della conoscenza delle realtà fondamentali della vita sono la strada per costruirsi una propria identità, libera, autentica e che cerca una propria interpretazione della verità.
In adolescenza ecco che la questione della verità, di chi la affermi e di chi la rinneghi, è ovviamente centrale, come anche la spinta alla conoscenza; l’adolescente vuole sapere tutto, non è più il bambino che  vuole sapere solo ciò che è in grado di tollerare ed ha bisogno che siano i genitori ad essere interpreti della verità e dell’esperienza.
E’ questa in fondo la nuova nascita dell’adolescenza, è questo scegliere per sé, per la vita; ai genitori gli adolescenti non chiedono più di aiutare ad interpretare, a conoscere, chiedono di essere riconosciuti come persone, e chiedono “di sapere qual è la verità della loro stessa vita. A quella verità infatti è legata la vita stessa dei figli” (Angelini, 2002, 212).
E questa verità non è perfezione, non si esprime solo a parole, ma è esperienza di verità. E’ esperienza di coerenza tra le norme e le verità che quotidianamente hanno osservato agire nei loro genitori, con i loro limiti e le loro risorse. Per separarsi da loro e trovare una loro identità, essi hanno bisogno di conoscere, di capire, di accettare l’esperienza dei loro genitori, e di fare verità sulla loro relazione con loro.
Tornando all’esperienza dell’ascolto a scuola, ecco che offrire l’occasione di meta comunicare sulla relazione con i genitori, è rispondere  a questo grande bisogno dell’adolescente di fare verità sulla relazione primaria; questo primo livello di ascolto può rivelarsi sufficiente oppure può fare emergere questioni da approfondire in altri contesti.

Per esemplificare quanto fin qui espresso vorrei offrire l’esperienza di ascolto con Barbara, in particolare per i contenuti da lei portati, perché sono utili per chiarire il tema della verità e della relazione con i genitori.
Siamo a fine ottobre, inizio anno scolastico, Barbara è un’alunna di seconda.  L’insegnante di matematica, coordinatrice di classe, le fa presente che la vede assente in classe, come  preoccupata di qualcosa; lei le parla della fatica che sta vivendo con il padre e insieme decidono di contattare il CIC  per approfondire la questione.
Barbara ha 15 anni, è una bella ragazza, alta e snella con i capelli lunghi e ariosi, veste in modo sportivo, ma con un tocco di eleganza. Si presenta al primo colloquio sorridente e disponibile.
Rispetto alla motivazione di richiesta di consulenza dice: “sono qui perché spesso sono tra le nuvole in classe,  perché penso sempre al mio rapporto con il papà, ho bisogno di chiarire con lui delle cose, ho bisogno di un rapporto vero con lui, mi sembra tutto falso”.
Nell’esplorazione emerge che i genitori di Barbara sono separati da quando lei aveva 6 anni; ha un fratello di 20 anni, ed entrambi hanno sempre vissuto con la madre. La ragazza è molto legata alla mamma, persona molto presente ed attenta, che ha una relazione stabile con un compagno.
Il papà su questo tema sembra meno stabile, attualmente è solo, anche se ha avuto alcune relazioni affettive in questi anni.
La mamma si fida molto di Barbara e, soprattutto negli ultimi anni, si confida con lei; ha raccontato alcuni aspetti della relazione affettiva ed economica accaduti tra lei e l’ex marito, che hanno ridotto la serenità e l’autenticità di Barbara nella relazione con il papà. Non sente più un piano di verità tra loro e percepisce che il papà interagisce con lei come si è comportato con la mamma, “mi cerca poco, mi cerca quando ha bisogno lui e allora io, l’ultima volta non mi sono fatta trovare: faccio fatica a fidarmi di lui”.  
Barbara soffre di queste emozioni e pensieri nei confronti del papà, perché ha sempre avuto un bel rapporto con lui. Sente che molto si sistemerebbe se lei riuscisse a parlare con lui di quello che sa, e di come sta andando la loro relazione; ha bisogno di “fare verità”, perché altrimenti quando sta con lui le sembra di stare con un estraneo, con una persona con cui può parlare solo del più e del meno, con una persona con cui non può condividere.
Rispetto alla mamma, lei dice che c’è un buon rapporto di fiducia reciproca e concorda però nel fatto che ella tenda a coinvolgerla troppo nella sua relazione con il papà; si sente tranquilla di parlare di questo con lei, perché la può comprendere.
Rispetto al papà e al suo bisogno di meta comunicare con lui, invece, Barbara esprime un forte desiderio, ma equivalenti resistenze. Non è abituata a comunicargli neppure semplici situazioni problematiche (ad esempio un brutto voto) perché teme di ferirlo.
Nel percorso di Barbara è evidente che l’adolescenza ha portato un nuovo modo di relazionarsi a lei da parte dei due genitori, come se improvvisamente entrambi le negassero il ruolo di figlia. Il suo bisogno di verità ha avuto a che fare proprio con la necessità di ristabilire questo ruolo con la madre (…sono tua figlia, non una tua amica) e con il padre (… sono tua figlia, non una donna da lasciare).
 Il bisogno di verità si è connesso con il fare chiarezza nelle relazioni significative per non restarne invischiata, per conoscere la verità della relazione tra mamma e papà e riuscire quindi a staccarsi dal loro modello relazionale e sceglierne uno proprio.
Abbiamo quindi lavorato su questo, anche a partire da situazioni simili: un’amica, un ragazzo nei confronti del quale aveva un interesse. L’ostacolo e quindi la sfida da superare era il suo riuscire a fidarsi per instaurare una relazione significativa.
Tutto ciò la disturbava nell’apprendimento: era distratta dalla sua stessa crescita.
A questo proposito mi sembra interessante il parallelo con il messaggio finale del film di Tim Burton “Alice in wonderland” (2010), quando Alice, alla fine della sua avventura, alla proposta del Cappellaio Matto di rimanere nella terra meravigliosa, risponde: “ho tante cose da dire e altre da fare, devo andare”, e torna alla vita reale. Solo dopo che “avrà fatto verità” nelle relazioni importanti, dicendo tutto quello che anche prima vedeva, sentiva e non aveva il coraggio di dire, riesce ad  assumere un ruolo sociale significativo anche prima potenzialmente possibile, ma irrealizzabile per la mancanza delle condizioni di sicurezza.
Alice è una metafora dell’adolescenza, del bisogno di fare verità e di intraprendere DENTRO alla scuola e grazie ad essa un percorso di presa di coscienza della proprie potenzialità e risorse per costruire la propria l’identità. Le creature in Wonderland o gli insegnanti nel mondo della Scuola all’inizio non riconoscono Alice, l’adolescente, e continuano a dirle: “sei l’Alice sbagliata”. Anche lo studente adolescente è convinto di essere l’Alice sbagliata, finché, a poco a poco, non trova dentro di sé il desiderio e la forza di divenire ciò che è, l’Alice autentica che può perciò salvare se stessa. Questo anche grazie alla scuola, se essa sa assumersi il ruolo importante di “Altro” che ascolta senza giudicare e rispecchia, per aiutare a diventare quello che si è.

Bibliografia
Angelini, G. (2002). Educare si deve ma si può? Milano: Vita e Pensiero.
Crepet, P. (2001). Non siamo capaci di ascoltarli. Torino: Einaudi.
Lancini, M. (2003). Ascolto a scuola. La consultazione con l’adolescente. Milano: Angeli.
Mastromarino, R. (2000). Prendersi cura di sé per prendersi cura dei figli. Roma: IFREP.
May, R. (1991). L’arte del counseling. Roma: Astrolabio.
Pellai, A. (2009). Questa casa non è un albergo! Adolescenti: istruzioni per l’uso. Milano: Kowalski.

Pietropolli Charmet, G. (2000). I nuovi adolescenti. Milano: Cortina.
Stewart, I. – Joines, V. (2000). L’analisi transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani. Milano: Garzanti.

 Zannoner, P. (2009). L’invisibile linea d’argento. Milano: Mondadori.