La scuola come luogo di cura e di ben-essere per tutti

comunità scuolaA cura di Daniela Bellabarba

L’idea della scuola come luogo in cui innanzitutto si deve stare bene, in cui la relazione educativa ha la priorità rispetto alla relazione didattica non è un’idea immediatamente condivisa1. Per molti “compito prioritario” a cui la scuola deve rivolgere tutte le sue attenzioni rimane l’apprendimento delle discipline, mentre accessoria è considerata l’attenzione all’educazione, come attenzione alla cura dello studente.

Ancora più marginale è l’idea che a scuola tutti devono stare bene, che il benessere all’interno della scuola riguardi tutti, non solo gli studenti, ma anche i docenti e tutto il personale. E si tratta di un benessere che deve essere declinato a livello individuale, relazionale ed anche organizzativo.

Scuola, pandemia e benessere da conquistare

In questi ultimi anni le conseguenze negative della pandemia hanno imposto una riflessione seria all’interno della scuola su questi temi poiché essa ha prodotto traumi pesanti, non solo in coloro che sono stati direttamente colpiti dalla malattia o hanno perso parenti ed amici ma anche in tutte le relazioni tra pari che sono state bruscamente interrotte o trasformate, collocandole fuori da uno spazio fisico, in una dimensione virtuale molto più precaria, che non sempre è riuscita a raggiungere tutti in uguale misura.

Le evidenze odierne della vita dentro la scuola fanno emergere in modo preoccupante disturbi del comportamento, dell’alimentazione, dell’attenzione, sindromi depressive che sconfinano nel ritiro sociale, difficoltà ad instaurare relazioni positive tra gli studenti, ma anche tra gli stessi operatori della scuola.2

Chi pensa alla scuola come ad una comunità che vive e cresce in misura direttamente proporzionale alle relazioni “buone” che riesce a costruire al suo interno e con l’esterno, non può non interrogarsi su quali siano i compiti prioritari che oggi il contesto esterno chiede alla scuola.

Urge una riflessione sulle pratiche efficaci per costruire relazioni educative, di cura.

Autonomia e collaborazione a scuola

La professione docente è percepita da molti ancora oggi come una professione “individuale”, l’autonomia didattica alle volte è intesa come la possibilità di muoversi in uno spazio del tutto libero, privo di limiti contenutistici e metodologici da rispettare. L’idea di una collaborazione sistematica all’interno dei dipartimenti disciplinari, dei consigli di classe, per la predisposizione di progettualità condivise non è ancora patrimonio comune e costituisce una sfida per ogni dirigente scolastico che considera suo compito prioritario non solo la gestione efficiente ed efficace, ma anche la conduzione unitaria della scuola che gli è affidata pro tempore.

Una direzione unitaria significa garantire a tutti gli studenti pari opportunità educative e formative, indipendentemente dal corso in cui sono iscritti e dal consiglio di classe a cui sono affidati;3 questa garanzia è assicurata tanto più e tanto meglio quanto maggiore è la capacità di collaborare tra tutti i docenti.

Collaborare a scuola

La capacità di collaborare non è innata nel docente, è una competenza che si acquisisce più con la pratica che con lo studio. Sono pochi, infatti, i percorsi universitari che preparano a questo; al momento forse solo il percorso di studi in Scienza della Formazione Primaria pone attenzione anche alla pratica di questa competenza.

Formare i docenti a questa competenza costituisce una sfida per ogni dirigente scolastico: è importante far maturare prima di tutto la consapevolezza della necessità di una formazione in tal senso e poi trovare gli strumenti efficaci per accompagnare i docenti nel percorso che li porti a percepirsi come comunità di pratica, comunità di professionisti riflessivi, in grado di pensare e ripensare alle pratiche educative e didattiche messe quotidianamente in atto, per coglierne punti di forza e punti di debolezza, potenziando i primi e correggendo i secondi.

Una comunità di pratica che si costituisca ai vari livelli in cui la scuola opera nonostante essa sia una organizzazione complessa. Possono diventare comunità di pratica i team docenti dei moduli della scuola primaria, i consigli di classe della scuola secondaria di primo e di secondo grado, i dipartimenti disciplinari, l’intero collegio dei docenti.

Diventare comunità di pratica

Questa è la sfida positiva che si pone oggi al dirigente: lavorare affinché il personale della scuola si percepisca come comunità e colga che questa dimensione migliora non solo l’efficacia dell’azione educativa, ma anche il ben-essere di tutti e di ciascuno.

Anche se la scuola italiana rimane formalmente un’organizzazione orizzontale, con un unico dirigente “solo al comando”, la pratica quotidiana evidenzia la necessità sempre più urgente di una “leadership diffusa”, in cui compiti e funzioni vengano distribuiti a vari livelli per poter garantire scelte e azioni efficaci ed efficienti.

La professione del docente, almeno per alcuni, non si esaurisce nella relazione educativa con gli studenti, nemmeno nella relazione paritetica con i colleghi, molto spesso diventa necessario acquisire anche la competenza organizzativa per affiancare il dirigente nella gestione della scuola.

È comunità di pratica anche il gruppo di docenti che compone lo staff che collabora con il dirigente per l’organizzazione della scuola. Il benessere organizzativo della scuola dipende sempre più spesso dalla presenza di questa comunità di pratica, che necessita a sua volta di una formazione ad hoc a cui è chiamato a partecipare lo stesso dirigente, che deve, anche lui, imparare a condividere e delegare compiti e funzioni.

Dalla comunità di pratica alla comunità educante

La presenza e il lavoro delle comunità di pratica dentro la scuola acquistano senso se funzionali agli studenti: sono loro il senso della scuola.

L’organizzazione è funzionale alla costruzione della relazione educativa docente-alunno: una relazione che si caratterizza per l’attenzione e il rispetto per l’altro, per il senso di responsabilità che il docente percepisce nei confronti del suo studente, una relazione che si costruisce partendo da un ascolto attivo e che si apre poi al dialogo.

Scrive Luigina Mortari che ci sono delle posture che caratterizzano la relazione educativa:

  • il rispetto prima di tutto, come capacità di stare in prossimità dell’altro senza però invaderlo, ma mantenendo la giusta distanza,

  • il senso di responsabilità che si deve sentire per l’altro la cui vicenda ci riguarda e ci coinvolge,

  • il senso di generosità e di gratuità come consapevolezza che la propria realizzazione dipende dalla realizzazione dell’altro.

Educare è “consentire a coloro che si educano di diventare ciò che possono diventare”,4 è riuscire a far fiorire le potenzialità di ciascuno.5

La relazione educativa così intesa diventa vera relazione di cura: l’etimologia del verbo educare che tutti conosciamo risale al verbo latino ex-ducere, tirare fuori, ma è altrettanto interessante un secondo significato, sostiene sempre la Mortari, che fa risalire il verbo educare in italiano dal suo omonimo educare latino, il cui significato è allevare, coltivare, avere cura; quindi la relazione educativa diventa una vera relazione di cura, che è relazione di scambio reciproco. Per poter in-struire, mettere dentro apprendimenti disciplinari e trasversali, è necessario prendersi cura dell’altro, riparare le sue ferite e coltivare i suoi talenti.6

Mi piace pensare ad una scuola che si prende cura, che ha a cuore i propri membri, tutti, che riesce a riparare e a rammendare gli strappi e le fratture di umanità che la vita provoca, consapevole che solo dopo aver curato e riparato si può costruire, o meglio ancora, curando ed educando si costruisce.

BIBLIOGRAFIA:

L. MILANI, Lettera ad una professoressa
L. MORTARI, Aver cura di sé
L. MORTARI, Filosofia della cura, Raffaello Cortina Editore
L. MORTARI, La scuola come laboratorio di umanità, KUM, Edizione 2021
M. VELADIANO, Parole di scuola,
M. VELADIANO, Oggi c’è scuola,

——

1 Non è marginale riflettere sul fatto che il nome del Ministero che governa la scuola, che pure ha subito diverse modifiche nel tempo, abbia mantenuto al suo interno solo il termine Istruzione e mai i governanti abbiano pensato di inserire il termine educazione.
2 Importante la riflessione di due studiose-operatrici di scuola, Luigina Mortari, Mariapia Veladiano
3 Si veda la nostra Costituzione, art. 3 comma 2.
4 L. MORTARI, Filosofia della cura, Raffaello Cortina Editore, pagg 115-175
5 L. MORTARI, La scuola come laboratorio di umanità, KUM, Edizione 2021
6 Troppo facile il richiamo all’ I CARE di don Lorenzo Milani, come dichiarazione di interesse e di volontà di prendersi cura dell’altro che mi è affidato.

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