I fondamentali per comunicare bene

Insegnare a comunicare bene in piccolo e grande gruppo è un’arte, ma anche un viatico per la vita della classe. Come insegnanti é necessario saper distinguere quando riusciamo ad attivare gruppi di lavoro efficaci, quali ne sono le caratteristiche e quali le strategie per trasformare un gruppo tradizionale in un gruppo efficace. Questo può avvenire attraverso l’osservazione e attraverso la creazione di condizioni di conoscenza per gli studenti. E’ necessario cioè dare agli studenti occasioni per interagire, esplorandosi. Questo può creare il contesto ideale per la “coltivazione” di gruppi efficaci.

Johnson D. & Johnson  F. (2003) ci ricordano che non c’è niente di magico nel lavorare con i gruppi. E riferiscono di uno studio di Katzenbach e Smith (1993) in cui è stata sviluppata una curva di sviluppo del rendimento dei gruppi in base alla loro efficacia.

I fondamentali per comunicare bene - Grafico

La curva descrive quattro tipi di gruppi. Conoscerli ci serve a comprende meglio le dinamiche presenti nella classe.

Uno pseudo gruppo è un gruppo ai cui membri è stato assegnato lo stesso compito, ma essi non hanno alcun interesse a svolgerlo. Reciprocamente si vedono come rivali e mentre parlano stanno in competizione, bloccano o interferiscono sul risultato degli altri, non si fidano l’uno dell’altro, si confondono reciprocamente. Il risultato è che la somma del lavoro di tutti sarà inferiore al risultato del singolo e il gruppo non matura perché manca l’interesse e il coinvolgimento reciproco.

Un gruppo di lavoro tradizionale è un gruppo ai cui membri è stato assegnato lo stesso compito, ed essi accettano di svolgerlo. Credono però che verranno valutati individualmente e perciò ci sono veramente pochi collegamenti reciproci. I membri inizialmente interagiscono per chiarire come deve essere svolto il compito ma l’aiuto e la condivisione sono minimi. In questi casi i migliori darebbero risultati più performanti se lavorassero da soli.

Il gruppo efficace di lavoro cooperativo è più della somma delle parti. E’ un gruppo i cui membri si coinvolgono per uno scopo comune che porti ad un miglioramento reciproco. Credono che il loro successo dipenda dagli sforzi di ciascun membro del gruppo, qualsiasi siano le potenzialità. Un gruppo efficace ha un certo numero di caratteristiche definite. Include l’interdipendenza positiva[1] che unisce i membri per raggiungere chiari obiettivi operativi, la comunicazione faccia a faccia, la distribuzione di ruoli, la sfida reciproca al ragionamento, e la capacità, acquisita nel percorso, di comporre i conflitti in modo costruttivo.  Inoltre gocano una responsabilità individuale e di gruppo, usano abilità sociali di composizione della squadra (Teambuilding) e si danno feedback di revisione.

Un gruppo ad alta prestazione risponde a tutti i criteri del gruppo efficace ma il livello di coinvolgimento reciproco nel raggiungimento del risultato è elevato anche nei confronti dei successi di gruppo, soprattutto a livello emozionale. E’ la stessa cosa che succede alla squadra di una staffetta che batte i record di risultato propri e in confronto ad altre squadre.. Tale situazione è molto rara.

Per queste differenze tra gruppi e per la forte influenza che hanno il pregiudizio e la non conoscenza reciproca sugli pseudogruppi e sui gruppi tradizionali,  è necessario superare le barriere del preconcetto attraverso attività di esplorazione reciproca che possano permettere ai ragazzi di stare più fluidamente tra loro.

Strutturare il gruppo[2]: ruoli e norme

Come succede agli ecosistemi , per il gruppo è importante avere una struttura. Il gruppo funziona solo se, quando il gruppo interagisce, le interazioni sono effettivamente cooperative in modo reciproco.

Questa struttura è data dai ruoli e dalle norme presenti nel gruppo. Quindi sarà fondamentale: esplicitare ruoli e norme.

I ruoli hanno a che fare con la possibilità differenziarsi nel gruppo e rappresentano “tutte quelle aspettative che definiscono i comportamenti appropriati che una persona che occupa una determinata posizione avrà nei confronti degli altri” (Johnson & Johnson , 2005). Per esempio se nel gruppo il mio ruolo è quello del custode della comprensione, il mio gruppo si aspetta che io faccia tutte le domande che servono per assicurarmi che io e gli altri abbiamo capito.

E’ compito dell’insegnante attribuire ruoli collegati tra loro per il raggiungimento di un compito. Ad esempio se voglio avviare una DISCUSSIONE in PICCOLO GRUPPO potrei distribuire i seguenti ruoli: il Custode della memoria che fa sintesi a voce, parafrasando;  2. Il relatore che espone quanto il gruppo ha prodotto; 3.il custode del turno che dà la parola nelle discussioni interne al piccolo gruppo; 4. Il facilitatore che favorisce la partecipazione di tutti rilanciando la palla della discussione.

Usare strutture cooperative[3] è un’alternativa che consente di fare sperimentare ai ragazzi il senso di appartenenza alla classe e promuovere rispetto e responsabilità individuale.

In un’attività in cui è previsto lo SCAMBIO DI COPPIA (come in Caccia al Tesoro umano) – per esempio – il ruolo è dato dalla reciprocità dell’azione attesa. Avviene perciò nell’interscambio l’assunzione di un ruolo di reciprocità – io ascolto, tu parli e viceversa. Il segreto sta tutto in quel “e viceversa”: infatti imparare la reciprocità in coppia è il primo passo per apprendere l’importanza dell’assumere un ruolo nel gruppo più grande ed avviare così relazioni umane efficaci.

[1] Matini C. (2019), Cooperative Learning: istruzioni per l’uso, ELF – La Fonte ed.

[2] https://scintille.it/corsi-online-webinar-pubblicazioni-scintille/i-segreti-del-cooperative-learning/

[3] https://scintille.it/incontri-di-classe/

BIBLIOGRAFIA, SITOGRAFIA E RISORSE

Johnson, D., Johnson R. e Holubec E., Apprendimento cooperativo in classe. Erickson Trento 1996

Johnson D., Johnson F., Joining Together. Group Theory and group skills, 2003, Pearson (8° ed.)

Johnson D., Johnson R., Leadership e apprendimento cooperativo, 2005, ERICKSON

Katzenbach J. & Smith D. The wisdom of teams, 1993, Harvard Business School Press

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